Vendita di opere d’arte: uno sguardo al settore e una panoramica del trattamento fiscale

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Omnis ars imitatio naturae est, “tutta l’arte è un’imitazione della natura”, affermava lo stoico Seneca nelle sue lettere a Lucillio, e, prima di lui, Aristotele, vedeva l’arte non soltanto come fonte di piacere ma soprattutto come strumento di conoscenza che permette di liberarsi dalle passioni tramite il principio della catarsi.

Da sempre l’uomo e l’arte si osservano reciprocamente. Da sempre l’uomo si occupa di arte, di opere d’arte e di definire e circoscriverne i significati. Certo, nel corso dei secoli, il significato si è trasformato rinnovandosi ma, che si parlasse, un tempo, di poesia, o si parli, ora, di dipinti, composizioni, fotografie o installazioni, è certo che, almeno per me che scrivo, il concetto di arte e di opera d’arte coincide con quello che si è evoluto a partire dall’Ottocento in avanti come “fonte di emozione”.

È arte, cioè, quell’opera che nasce da un sentimento e che suscita un sentimento.

Trascurando le considerazioni dell’ “Estetica” per immergerci nel contemporaneo materialismo, il mercato dell’arte e dell’ antiquariato, ha chiuso il 2019 con un totale valore stimato attorno ai 64.1 miliardi di dollari, inferiore del 5% rispetto al 2018, ma pressoché pari ai valori consuntivati nel 2017. Quello che cambia è il numero delle transazioni (Art Basel & UBS, The Art Market 2020 Clare McAndrew): le transazioni sono state più numerose (+2%) ma di minor valore.

Il calo del valore del fatturato del settore è originato dal rallentamento delle tre piazze globali più importanti: gli Stati Uniti hanno subìto un calo del 5% chiudendo l’anno con un volume di 28.3 miliardi, il Regno Unito, che in un anno ha perso il 9% fermandosi a 12.7 miliardi, e la Cina, che ha fatto registrare una frenata del 10%.

Stiamo parlando di valori apprezzabili che, evidentemente, attirano l’attenzione di un gran numero di persone. Sempre dalla medesima fonte (Art Basel & UBS) si viene a sapere che l’impatto economico, a livello globale, stima questi numeri: il mercato dell’arte ha impiegato, in modo diretto, circa 3 milioni di persone nel 2018 – con circa 310.700 aziende tra global art, antiques and collectibles market. Per l’anno trascorso è stato stimato che siano stati spesi circa 20.2 miliardi in servizi di supporto esterno direttamente collegati alle loro attività, con un aumento del 3% su base annua, che supporta ulteriori 375.030 posti di lavoro.

Il mercato dell’arte è, per tutta evidenza, un settore davvero enorme ed è, senza ombra di dubbio, una creatura generata dai tempi moderni. Al suo interno individuiamo le sue figure chiave che sono da una parte l’artista, dall’altra il pubblico, in mezzo al quale si annidano i potenziali acquirenti. Tra questi due poli si inseriscono altre figure, definibili, in un modo o nell’altro, mediatori.

Il critico d’arte: la sua funzione è quella di aiutare la comprensione di opere di valore, e può essere visto come il vero e proprio mediatore principale tra artista e pubblico.

Il curatore, ovvero il professionista che ha il compito di organizzare, progettare e gestire mostre, esposizioni e allestimenti.

La galleria, il luogo in cui tutti gli artisti – o quasi – vorrebbero arrivare. Di per sé, la galleria non ha bisogno di presentazioni. Può essere pubblica o privata, può presentare le opere di un artista singolo o di un gruppo di artisti simili o vicini, e può determinare la notorietà e la fama di un artista.

La casa d’aste: molte case d’asta si sono aperte anche agli artisti giovani e di buone speranze, che intendono mettere sul mercato i propri lavori. Se è vero che la galleria è un elemento chiave per l’artista che vuole emergere, è altrettanto vero che non bisogna contattare delle gallerie a caso: bisogna invece presentarsi alle gallerie che, in base alle esposizioni dell’artista, si mostrano maggiormente affini al proprio modo di vedere l’arte.

Il mercato dell’arte anche in Italia è molto attivo e sta conoscendo un aumento delle compravendite di opere d’arte e di oggetti da collezione soprattutto da parte di privati, mentre fino a qualche tempo fa, il mondo dell’arte era riservato ai soli collezionisti. Adesso, invece, anche grazie all’uso della tecnologia, si sono progressivamente avvicinati il collezionista e gli speculatori privati.

Inevitabilmente tutto questo ha comportato una platea sempre maggiore di soggetti che si sia  avvicinata all’arte, non solo spinta dal collezionismo, ma ingolosita dall’investimento o dall’aspettativa di un aumento dei valori, sorretta dal fatto che il rendimento degli investimenti immobiliari e finanziari, ha subìto alterne vicende.

Spesso, chi si avvicina al mondo dell’arte, è una persona che cerca di diversificare il proprio portafoglio di investimento. L’arte, infatti, rappresenta un investimento sicuro e a basso rischio, che, nel tempo, è quasi sicuramente in grado di incrementare il proprio valore.

In questo mercato dinamico e ricco, come visto, di attori e di interessi, è necessario valutare come si inserisca l’aspetto tributario.

L’aspetto che più di ogni altro interessa, riguardo la normativa fiscale, è legato alla tassazione delle plusvalenze conseguenti alla vendita di opere di arte. La vendita di un’opera d’arte o di oggetti di antiquariato o da collezione può determinare il sorgere di differenti conseguenze fiscali. Non esistono in Italia criteri oggettivi sui quali basare il regime applicabile ai privati che si trovano a scambiare opere d’arte.

L’aspetto principale da cui è necessario partire in questo esame è il discrimine tra chi abitualmente commercia in opere d’arte ed il vero e proprio collezionista, tralasciando la figura intermedia di chi, occasionalmente, effettua investimenti in opere d’arte con intento speculativo e che dovrebbe essere assoggettato ad imposizione.

Per individuare il provento assoggettabile ad imposizione bisogna fare riferimento alle ordinarie regole previste dal testo unico sulle imposte sui redditi, il DPR n. 917/86 successive proroghe e modifiche. Più in particolare, si deve verificare se i proventi derivanti dalla cessione di un’opera d’arte rientrano in una delle categorie di reddito previste dall’articolo 6 del DPR n. 917/86.

Il legislatore tributario ha dimostrato scarsa attenzionale al tema della fiscalità delle opere d’arte. La disciplina tributaria relativa a tali beni, infatti, regola in modo parziale la materia ed è alquanto risalente nel tempo, sostanzialmente applicabile solo a taluni beni culturali di interesse storico o artistico. Fatta eccezione per le norme specifiche relative a tali beni, il regime fiscale dell’acquisto e detenzione di opere d’arte è soggetto alle regole generali applicabili a qualsiasi tipologia di bene. Questa lacuna normativa genera una situazione di forte incertezza, foriera di altrettanta confusione tra i vari operatori interessati che non sanno quale comportamento adottare, o addirittura non sono consapevoli della possibile rilevanza fiscale della vendita dell’opera d’arte.

In particolare, chiarito che il costo d’acquisto di un’opera d’arte non è deducibile per il collezionista privato, così come non lo sarebbe se l’acquirente fosse una società (a meno che l’attività di quest’ultima fosse il commercio di opere d’arte), si pone la questione relativa alla imposizione, ai fini delle imposte sui redditi, della plusvalenza eventualmente realizzata in sede di cessione dell’opera da parte del collezionista privato.

Come noto, l’imposizione sui redditi è basata su un criterio di elencazione casistica delle fattispecie imponibili. Vigente l’ormai abrogato art. 76, comma 1, n. 3), D.P.R. n. 597/1973, le vendite di oggetti d’arte, di antiquariato o in genere da collezione, intervenute entro due anni dall’acquisto, si presumevano effettuate a titolo speculativo, senza possibilità di prova contraria. Tale presunzione legale assoluta consentiva di assoggettare a tassazione la plusvalenza eventualmente realizzata all’atto della vendita, quale “reddito diverso”.

Con l’entrata in vigore del TUIR, il predetto art. 76 non è stato replicato; nell’ambito della “nuova” casistica, dunque, non figurano le plusvalenze derivanti dalla cessione di opere d’arte, così come non figurano ad esempio le cessioni di gioielli, autovetture, ecc. Queste plusvalenze possono rientrare nell’ambito dell’applicazione dell’imposta sul reddito soltanto se realizzate nella sfera di un’attività commerciale, anche occasionale.

Il dibattito riguardo alla tassazione delle plusvalenze derivanti da vendite di opere d’arte o beni da collezione è stato alimentato da orientamenti della giurisprudenza di legittimità altalenanti, principalmente basati sull’individuazione del requisito dell’abitualità, per rilevare o negare la presenza di un’attività commerciale. In particolare, si rinvengono sia pronunce che hanno acriticamente confermato l’imponibilità delle plusvalenze derivanti dalla cessione di tali beni, sia pronunce che hanno disposto l’annullamento dei recuperi erariali.

La giurisprudenza di merito ha, invece, normalmente escluso la ricorrenza di un’attività d’impresa nella vendita di beni da collezione, distinguendo la figura del “mercante d’arte” e quella del “collezionista”.

Recenti interventi giurisprudenziali piemontesi hanno confermato questo indirizzo (Commissione tributaria regionale Piemonte, sezione n. 3, con la sentenza n. 1412 dell’11 giugno 2018) affermando che i proventi derivanti dalla dismissione di una collezione di opere d’arte (ancorché in blocco, come avvenuto nel caso di specie) non sono assoggettabili a tassazione. In effetti, è perfettamente normale che un collezionista acquisti e venda opere d’arte nella prospettiva di ampliare ed arricchire la propria collezione ed è riscontrabile la dedizione che egli profonde in tale attività, da non confondere con lo svolgimento di atti di commercio.

Il collezionista puro, diversamente dal “mercante d’arte”, realizza compravendite di opere d’arte spinto dalla (sola) pulsione culturale di accrescere la propria collezione ed è scevro da intenti imprenditoriali.

Nondimeno, se le due figure sono facilmente distinguibili in astratto, i loro contorni possono essere piuttosto sfumati in concreto ed in ogni caso dipendono dall’accertamento delle circostanze fattuali (quali ad esempio l’animus del soggetto) non predeterminabili.

Nel caso oggetto di questa sentenza citata, ad esempio, è stata esclusa la finalità lucrativa avendo il contribuente ha dimostrato che la dismissione progressiva della propria collezione era stata motivata da esigenze economiche di natura personale. In altri casi, è stato ritenuto decisivo il fatto che il contribuente non effettuasse esclusivamente compravendite, ma anche permute e che, in ogni caso, le operazioni fossero sprovviste dei caratteri di sistematicità e continuità tipiche dell’attività imprenditoriale.

Sembra dunque prevalere, in seno alla giurisprudenza di merito, la tesi per cui i proventi derivanti dalla cessione di opere d’arte effettuata da parte del collezionista nell’ambito della normale gestione della propria collezione non costituiscono reddito tassabile.

Con altri interventi indagheremo ulteriori aspetti fiscali del settore.